Che cosa vuole Greta Thunberg?

Spoiler alert

Avete sentito parlare di Greta Thunberg e l’avete trovata profondamente irritante? Vi siete domandati chi la paga per andarsene in giro in treno per mezza Europa a smuovere le coscienze? Pensate che le persone scese in piazza siano degli incoerenti pieni di buone intenzioni e poca voglia di darsi da fare?

In tal caso… continuate pure a leggere questo articolo! 🙂

Questo post non vuole difendere Greta e i “Gretini”, come li ha definiti qualcuno. Non mi interessa indagare come e perchè lei abbia avuto modo di parlare con i potenti della terra, o chi le abbia pagato il biglietto del treno e il social media manager. Trovo piuttosto che sia molto più interessante capire cosa chiede Greta, tanto per farsi un’idea e valutare se eventualmente la sua azione può avere un qualche effetto anche per noi.

Da dove cominciamo? Beh, dalle parole di Greta stessa!

“Rispettate l’Accordo di Parigi”

Qui sotto trovate uno screenshot di un post pubblicato da Greta sul suo profilo Facebook poco prima dello sciopero mondiale per il clima del 15 marzo 2019. Il post riporta una lista di raccomandazioni ad adottare un comportamento rispettoso durante la manifestazione, ma soprattutto ricorda la motivazione dello sciopero, cioè la richiesta ai leader politici di tutto il mondo di rispettare l’Accordo di Parigi.

 

Greta_Paris_Agreement
Dal profilo Facebook di Greta Thunberg, poco prima dello sciopero mondiale per il clima del 15 marzo 2019. La scritta sul cartello recita: “Una lista di regole e raccomandazioni per i partecipanti allo sciopero per il clima: niente violenza, niente danni, niente spazzatura in giro, niente profitti, niente odio, minimizzate il vostro impatto in termini di emissioni climalteranti, fate sempre riferimento alla scienza. Ciò che chiediamo: Seguite l’Accordo di Parigi e il Rapporto IPCC. Mantenete l’aumento della temperatura del pianeta sotto i +1.5° C. Concentratevi sull’equità e la giustizia climatica, che sono ribaditi chiaramente in tutto l’Accordo di Parigi. Perchè nessun manifesto è più radicale di questo. Unitevi nel nome della scienza.”

Che cos’è l’Accordo di Parigi?

L’Accordo di Parigi è un accordo internazionale stipulato nel 2015 in occasione della COP21, la conferenza annuale dei paesi che hanno ratificato l’UNFCCC, la Convenzione Quadro dell’ONU sul Cambiamento Climatico (forse ricorderete che la conferenza annuale del 2018 si è tenuta a Katowice: ne abbiamo parlato qui).

L’Accordo di Parigi è una sorta di erede del Protocollo di Kyoto, il primo accordo internazionale che ha previsto, per i Paesi che lo hanno ratificato, un impegno a ridurre le emissioni di gas serra e limitare così l’aumento della temperatura del pianeta rispetto all’epoca pre-industriale.

Gli obiettivi dell’Accordo in poche parole

L’Accordo riconosce che il cambiamento climatico è una preoccupazione comune di tutta l’umanità e chiede, di conseguenza, che i paesi firmatari si impegnino a:

  1. Mantenere l’aumento della temperatura del pianeta ben al di sotto di +2° C, e possibilmente anche al di sotto di +1.5° C,
  2. Aumentare la resilienza delle nostre società ed economie, cioè la loro capacità di adattarsi al cambiamento climatico che ormai non possiamo più evitare,
  3. Far sì che i flussi finanziari siano coerenti con la riduzione delle emissioni di gas serra e con uno sviluppo in grado di adattarsi ai cambiamenti del clima.

Il lavoro per raggiungere questi obiettivi deve tenere conto:

  • Delle differenze che esistono tra i paesi,
  • Del fatto che i paesi più ricchi hanno sia maggiori responsabilità per il problema del cambiamento climatico, sia maggiori strumenti per porvi rimedio (in gergo tecnico, questo è il principio delle “responsabilità comuni, ma differenziate”).

Perchè questi obiettivi?

Vi state domandando perchè sia stata scelta proprio la soglia dei +2° C come massimo aumento accettabile?

Qualche spunto di riflessione si trova in questo post. In estrema sintesi: un aumento della temperatura media del pianeta di +2° C è più di quanto l’umanità abbia visto in tutta la sua storia e comporta seri danni ecologici ed economici. Sopra quella soglia, però, il termine giusto da usare è “catastrofe”, sia per gli ecosistemi, sia per la nostra società.

E’ per questo che Greta dice che dovremmo tutti essere presi dal panico davanti a questa prospettiva, visto che, se continuiamo a comportarci come ora, supereremo questa soglia prima della fine del secolo.

Come funziona in pratica?

L’Accordo chiede ai paesi che lo hanno ratificato di:

  • Stabilire un metodo comune per calcolare le emissioni di gas serra di ciascun paese,
  • Monitorare costantemente le proprie emissioni e raccogliere questi dati in appositi registri pubblici, messi a disposizione anche degli altri paesi firmatari dell’Accordo,
  • Accettare di iniziare a ridurre le emissioni il prima possibile, ma riconoscere che i paesi in via di sviluppo avranno bisogno di un po’ di tempo in più per avviare la riduzione,
  • Ogni cinque anni, pubblicare e condividere con gli altri firmatari dell’Accordo dei piani nazionali che descrivano gli obiettivi e gli sforzi del paese per ridurre le emissioni, in modo da raggiungere l’obiettivo di un aumento del clima minore di +2° C (e possibilmente anche di +1.5° C),
  • Rispettare gli impegni presi nel proprio piano nazionale di riduzione delle emissioni.

Oltre a queste misure di prevenzione del cambiamento climatico (nel gergo tecnico si dice “mitigazione”), l’Accordo di Parigi richiede anche che i paesi firmatari lavorino per ridurre i danni del cambiamento climatico e rendere la propria economia e la propria società più resistenti (in gergo tecnico “adattamento”). Mitigazione e adattamento sono due lati della stessa medaglia: maggiore sarà l’impegno nella prevenzione del cambiamento climatico, minore sarà la necessità di investire per adattarsi al cambiamento.

Non staremo chiedendo troppo ai paesi in via di sviluppo?

L’Accordo di Parigi riconosce che i paesi più poveri hanno non solo minori responsabilità nell’aumento delle emissioni di gas serra che si è osservato negli ultimi 150 anni, ma anche minori strumenti per agire e una legittima aspirazione a raggiungere un maggiore livello di benessere materiale.

Proprio per questo motivo una grossa parte dell’Accordo sottolinea l’importanza della collaborazione tra paesi e la necessità che i paesi più ricchi si impegnino a supportare i paesi meno fortunati nella ricerca scientifica e nell’innovazione, mettendo a disposizione di questi paesi le tecnologie pulite che hanno sviluppato. Ai paesi più ricchi si chiede anche di indirizzare i flussi finanziari mondiali in modo coerente con una crescita economica inclusiva e sostenibile.

Non si tratta di fare beneficienza o peggio ancora un’elemosina: dato che il cambiamento climatico è un problema globale, è nell’interesse di tutti che anche i paesi in via di sviluppo possano veder migliorare le condizioni di vita dei propri abitanti senza compromettere l’equilibrio ecologico del pianeta.

Quali sono i punti deboli dell’Accordo?

Il punto debole dell’Accordo di Parigi è sostanzialmente uno: di fatto non è vincolante.

Al momento, infatti, i paesi firmatari sono i soli responsabili di predisporre e attuare i piani nazionali di riduzione delle emissioni. Non ci sono meccanismi che possano obbligare un paese che è venuto meno agli impegni a prendersi le sue responsabilità… e purtroppo forse è anche per questo che tanti paesi hanno ratificato l’accordo. L’unica responsabilità che i leader politici nazionali si assumono davvero è quella verso i propri elettori, che potrebbero rimanere delusi se i propri governanti venissero meno agli impegni assunti davanti alla comunità internazionale.

E quindi?

E quindi abbiamo un Accordo che tiene insieme sostenibilità, crescita economica, equità tra ricchi e poveri ed equità tra generazioni. Questo Accordo è stato sottoscritto da 185 Paesi, che dovrebbero essere al lavoro ormai da più di due anni per ridurre davvero le emissioni. Eppure le emissioni continuano ad aumentare (ne abbiamo parlato qui) e noi non abbiamo nessuno strumento per assicurarci che l’Accordo sia rispettato da tutti i paesi che lo hanno ratificato.

Forse qualche motivo per scendere in piazza, con Greta o senza di lei, c’è davvero, specialmente se, come Greta, si è troppo giovani per votare, ma abbastanza giovani per pagare tutte le conseguenze del mancato rispetto dell’Accordo.

 

 

 

Qualche informazione aggiuntiva

L’Accordo di Parigi è entrato effettivamente in vigore alla fine del 2016, quando è stato ratificato da più di 55 Stati che sono complessivamente responsabili di più del 55% delle emissioni di gas serra nel mondo.

L’Italia ha ratificato l’Accordo nell’ambito dell’Unione Europea: la collaborazione tra paesi è prevista dall’Accordo, che sottolinea come spesso ci siano molti vantaggi pratici nell’affrontare insieme le sfide comuni.

Anche gli Stati Uniti, con una delle ultime decisioni del presidente Obama, hanno ratificato l’accordo; purtroppo però Donald Trump ha annunciato la sua intenzione di ritirare il paese dall’accordo alla prima data utile, cioè il 4 novembre 2020.

Informazioni più dettagliate sull’Accordo e sulla partecipazione dell’Italia e dell’Unione Europea si trovano, in italiano, su questa pagina del sito della Commissione Europea.

 

Un pensiero su “Che cosa vuole Greta Thunberg?

  1. Pingback: Perchè votare alle elezioni europee? Post 3: che cosa ha fatto l’UE per contrastare il cambiamento climatico? – L'Opzione Verde

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